MEDICINA/Salvaguardia della femminilità al centro della chirurgia oncologica

Salvaguardia della femminilità e sicurezza oncologica sono gli obiettivi della chirurgia plastica ricostruttiva per le donne colpite dal tumore della mammella.

Interventi sempre più conservativi e metodiche di ricostruzione raffinate e rispettose del corpo femminile aiutano le donne che vivono un’esperienza traumatica, oggi, tuttavia, fonte di rinnovate speranze. Una vita ancora ricca di fascino e di gioia di vivere, come testimonia il libro fotografico A seno nudo di Cristina Garusi, Isabella Balena e Anna di Cagno (Tecniche Nuove).

Il coraggio (e la gioia) di mostrarsi

Quattordici donne, ex pazienti dell’Istituto Europeo Oncologico di Milano, hanno raccontato la loro storia e si sono offerte all’obiettivo fotografico con coraggio, simpatia e ironia. Le loro immagini provano che la chirurgia ricostruttiva oggi prospetta davvero possibilità impensabili fino a pochi anni fa. Se in passato l’unica preoccupazione era sopravvivere al tumore, oggi, oltre alla scontata attenzione oncologica, si aggiunge il desiderio di realizzare per la paziente addirittura il suo modello ideale di seno. Con questo obiettivo, la mammella sana è il riferimento di partenza e la paziente può esprimere il desiderio di volerla modificare, per esempio, sollevandola, aumentandola o riducendola: da questo presupposto, viene individuata la tecnica ricostruttiva per la mammella colpita dal tumore.

La paziente può desiderare e chiedere …

“Cerchiamo di assecondare le richieste della paziente al massimo delle nostre possibilità, proponendo la ricostruzione immediata insieme all’adeguamento del seno contro laterale e considerando anche altri fattori come il desiderio di future gravidanze o la pratica di sport che richiedono scelte particolari nella tecnica di ricostruzione” – spiega Cristina Garusi, chirurgo plastico e microchirurgo presso l’Ieo e coautrice del libro. Se la metodica più longeva prevede l’uso di protesi al silicone per la ricostruzione del seno malato, una nuova frontiera è rappresentata dalla ricostruzione autologa che necessita del prelevamento di tessuti della paziente da addome, dorso, gluteo o interno coscia, completi o meno di peduncolo vascolare e nervoso: con questo approccio, non si verificano rischi di rigetto e non si deve sostituire la protesi dopo un certo numero di anni.

Tecniche sempre più mirate

Anche il capezzolo può essere conservato, previo esame istologico intraoperatorio di controllo del tessuto retroareolare, o ricostruito: in questo caso, la ricostruzione, grazie al prelievo dell’apice del capezzolo sano o di un lembetto locale, rappresenta il tocco finale.

Daniela Mambretti