CULTURE&TRADIZIONI/Il misterioso linguaggio dei gioielli

Fin dall’antichità il gioiello ha rappresentato il linguaggio simbolico della tradizione, della cultura e della religione di ogni popolo. Oggi, continua a sedurre con le sue forme misteriose e la potenza delle pietre.

Sospeso tra oggetto di quotidianità e desiderio, il gioiello, relegato a simbolo di vanità e di ricchezza, ha quasi perso il suo ricco linguaggio, espressione di usanze, rituali e protezione. I moderni gioiellieri sono divisi tra forme arcaiche e ispirazioni contemporanee, ma l’antica simbologia anima e contraddistingue gioielli antichi e moderni. Il suo significato è tutto da scoprire.

Una storia antica

Ossi, sassi e denti di animali. Questa la materia prima a disposizione dei primi creatori di monili del periodo Pre-paleolitico, a testimonianza che il desiderio di ornarsi è sempre stato parte della vanità umana. Solo nell’Età del Bronzo fu scoperta la tecnica di lavorazione dei metalli e con essa nacquero i primi veri gioiellieri: all’oro, duttile e malleabile, gli indiani attribuirono, in seguito, notevoli qualità apotropaiche, mentre l’argento sarebbe stato riconosciuto dai Mussulmani come il metallo del Profeta e simbolo di purezza. Gli Etruschi furono maestri nella lavorazione a sbalzo, a filigrana e intarsio, mentre nelle tribù nomadi nacque una vera e propria categoria di artigiani, depositari complesse e segrete tecniche. Nel XVI secolo, gli orafi ebrei, in fuga dalla Spagna a causa dell’inquisizione, influenzarono notevolmente la gioielleria del Magreb e del Medio Oriente, diffondendo le tecniche di smaltatura cloisonné, la niellatura, o filettatura nera, e l’incastonatura delle pietre.

 Il linguaggio delle forme

Gli armoniosi movimenti metallici avvolgono i corpi, sprigionano energie e parlano della personalità di chi li indossa. “É importante entrare in contatto con il mondo emotivo di chi dovrà indossare il gioiello, perché ogni pezzo è testimone di moti d’animo e di promesse rinnovate” – spiega Mario Roca, titolare dell’officina orafa Roca Wood di Como. L’anello è simbolo di eternità, di legame che va oltre il tempo. Il famoso Trois anneaux creato da Cartier nel 1924 parla di una alleanza espressa dall’incrociata circolarità di tre fedi: oro bianco per l’amicizia, oro giallo per la fedeltà e oro rosso per testimoniare l’amore. In India, invece, le spose ricevono un anello – il nauratna – che porta incastonate a corona nove pietre che rappresentano il sistema planetario: Saturno, per esempio, è rappresentato dallo Zaffiro, Marte dal corallo e Mercurio dallo smeraldo. Ciascuna pietra veicola l’energia universale del pianeta corrispondente dalla mano al cuore della sposa, attraverso sottili canali energetici. Anche il bracciale, nella sua forma di continuità circolare, parla di unione e di protezione, mentre gli orecchini, che hanno sempre contraddistinto lo status di chi li indossava, sono posti a custodia dell’orecchio, depositario della tradizione orale, del sapere e della conoscenza. Inoltre, il padiglione auricolare in sé, con la sua struttura sottile e complessa, ricorda una spirale, simbolo di eternità e di energie nascenti che devono essere presidiate.

Le pietre, veicoli di energie occulte

Le pietre a disposizione degli orafi si credeva conferissero ai gioielli eccezionali qualità energetiche, apotropaiche e profilattiche. “Ogni pietra, con la sua preziosità e la sua forma, suggerisce istintivamente al creatore di un gioiello la giusta collocazione e montatura”-  sottolinea Roca.  E ogni pietra si riteneva emanasse una particolare energia.  Il tanto agognato diamante –  dal Greco adamas, l’indomabile per la sua durezza – nella tradizione orientale simboleggiava l’anima, ma, soprattutto, la sua capacità di conferire “il risveglio”. L’ambra gialla rappresenta la luce solare e per i Romani conferiva coraggio, mentre evocava il colore del sangue e la forza vitale il corallo: fino agli inizi del ‘900, nell’Italia Meridionale, veniva montato sugli orecchini delle balie per fortificarne il latte. La turchese rappresenta il cielo nello splendore diurno, contrariamente al lapislazzuli che rappresenta il cielo notturno e stellato. Pietra di grande carica energetica, la turchese è largamente utilizzata nei gioielli tibetani, soprattutto negli splendidi gahu, reliquiari contenenti sostanze sacre o mantra, portati come ornamenti dalle donne aristocratiche tibetane. Inoltre, veniva utilizzata per ornare il tipico mono-orecchino portato all’orecchio sinistro dai dignitari di Lhasa, quale immediato segno di distinzione.

Daniela Mambretti

Immagine di apertura: Interior of a Harem in Montmartre di Pierre-Auguste Renoir