ARCHEOLOGIA/Hatshepsut e i tesori della Terra di Punt

L’identificazione della sua mummia è stata finalmente confermata nel 2007: gli esili resti ritrovati nella tomba di una semplice nutrice appartengono a Hatshepsut, la prima e unica regina-faraone, donna coraggiosa e volitiva capace di sconvolgere i rigidi protocolli di corte.

Durante il periodo del Nuovo Regno, XVIII Dinastia, Hatshepsut si autoproclamò faraone e legittimò il proprio ruolo facendosi ritrarre con la barba posticcia e con insegne regali. La memoria delle sue gesta è stata spesso minacciata nel corso dei secoli della damnatio memoriae, una sorta di condanna all’oblio, che l’ha colpita. Tuttavia, ancora oggi, è possibile riscoprire i piccoli, grandi segni che ne testimoniano le idee e le imprese innovative, attraverso un viaggio nel passato che parte da El Quseir. Antica fortezza ottomana strategicamente affacciata sul Mar Rosso, è il porto dal quale la regina-faraone promosse una delle più importanti spedizioni diplomatico-commerciali della storia.

Mirra e terebinto per onorare il divino

Straordinaria destinazione era la terra di Punt, presumibilmente situata sulla costa della Somalia. La città portuale, dopo l’invasione ottomana del 1517, divenne una fondamentale fortezza strategica e militare di controllo sul Mar Rosso, pur mantenendo, nel tempo, la sua originale vocazione commerciale: spezie dall’India, caffè dallo Yemen, seta dalla Cina. Si susseguirono, poi, diverse dominazioni e, nel frattempo, divenne anche scalo marittimo per i pellegrini in partenza per raggiungere La Mecca, ora sostituito da Safaga. Proprio da queste coste partì la spedizione che connotò l’indole diplomatica e aperta all’amicizia verso popoli stranieri di Hatshepsut, lei che aveva lottato duramente per sopravvivere tra gli insidiosi equilibri di corte e per impossessarsi del trono. Hatshepsut, era, infatti, figlia di Thutmosi I. Sposò il fratellastro Thutmosi II che, dopo essere salito al trono, morì prematuramente lasciando un giovane erede, Thutmosi III. Inizialmente, la regina agì come reggente del piccolo re, ma, successivamente, con abili strategie, ne usurpò il trono autoproclamandosi faraone. In seguito, il gesto ardito le sarebbe costato un ben misero trattamento verso alcuni monumenti a lei dedicati, come testimoniato a Luxor. Secondo la leggenda, il motivo ispiratore dell’avventurosa spedizione nella sconosciuta terra di Punt fu la dedizione della regina verso il dio Amon. Il viaggio avrebbe, infatti, garantito l’importazione di copiosi quantitativi del prezioso incenso destinato proprio al culto del dio, ma il generoso carico condotto in patria andò ben oltre la resina. Oro, ebano, pelli di leopardo, scimmie e ghepardi accompagnarono anche cesti ricolmi di mirra e terebinto riservati anch’essi al culto divino.  La spedizione ebbe successo e risonanza inaspettati: l’abbondanza e la ricchezza delle merci è provata dal ritrovamento di reperti archeologici, lungo la strada di Qift che si snoda dalla costa verso l’interno fino a Luxor, che testimoniano la presenza di preziosi abbandonati lungo il cammino, probabilmente per l’eccessivo onere. A Luxor, l’antica Tebe, città di splendore e mito, terminava il lungo viaggio dalla terra di Punt e cominciava la celebrazione della regina, destinata, però, a non durare.

La fine nelle furiose scalpellature

Tutte le raffigurazioni presenti nel maestoso tempio di Luxor dedicato a ricordare anche la gloria di Hatshepsut, sono state, purtroppo, rabbiosamente scalpellate per ordine di Thutmosi III, animato da una furiosa vendetta ancora percepibile nei segni impietosi. A Deir el-Bahari è, invece, ancora possibile ammirare le sue imprese attraverso i numerosi bassorilievi nell’imponente tempio funerario di Djeser Djeseru, eretto per mano di Senmut, favorito della regina e autore di numerose opere architettoniche. Un curioso, quasi grottesco, rilievo rievoca la famosa spedizione da lei promossa e rappresenta il re Paréthou e la regina Ati, descritta come particolarmente opulenta, nell’atto di accogliere la spedizione egiziana.

Daniela Mambretti

Immagine di apertura: Statua di Hatshepsut con gli attributi faraonici – Neues Museum  di Berlino

ARCHEOLOGIA L’Utima Cena: un’indagine tra fonti, luoghi, musei e tradizioni culinarie

Immagine da qumran2.net

Quali pietanze condivisero Gesù e gli Apostoli in occasione di uno dei momenti più significativi per il Cristianesimo come l’Ultima Cena? A questo e a altri interrogativi prova a rispondere l’archeologo torinese Generoso Urciuoli, insieme alla collega Marta Berogno, dopo un viaggio in Israele, con tappa finale a Gerusalemme.

Il cibo come chiave di indagine

L’indagine è stata condotta attraverso lo studio delle fonti, la visita di luoghi simbolici e di musei specializzati nella conservazione di ceramiche originali dell’epoca di Gesù, e attraverso il confronto tra antica e attuale tradizione culinaria. “La scelta del cibo come chiave di ricerca nasce dal desiderio di infondere profondità e concretezza allo studio, poiché dagli alimenti, dalla loro preparazione e da quanto vi gravita attorno è possibile raccogliere una serie di informazioni ampie e variegate sugli usi e sui costumi di un’epoca” – spiega Urciuoli che è anche coautore del libro “Piramidi e pentole” (Ananke). L’Ultima Cena ha cambiato le sorti dell’umanità e si è svolta in un’area di particolare interesse, in quanto coacervo di abitudini alimentari delle popolazioni preesistenti, poi della tradizione ebraica e di quella ellenistica, fino ai Romani: la Gerusalemme del 33 d. C. era una città decisamente cosmopolita sotto il profilo culinario. L’indagine spazia dal I secolo a. e d. C. e mira a studiare le consuetudini alimentari e gli oggetti che contenevano i cibi attraverso la ricostruzione di tre momenti conviviali: le nozze di Cana, che rappresentano la tradizione ebraica sotto il profilo dei precetti e dei divieti trattati nella Torà, il banchetto di Erode che, invece, contribuisce a creare il quadro internazionale della cucina di quell’epoca e l’Ultima Cena.

Le pietanze servite

Per condurre la ricerca su quest’ultimo convivio, gli studiosi sono partiti dalla considerazione che Gesù e i discepoli si ritenevano a tutti gli effetti degli ebrei e, pertanto, erano rispettosi della tradizione, e che il Cristianesimo è l’unico monoteismo che non ha prescrizioni alimentari. E allora cosa fu probabilmente servito e con quali modalità? “Una delle difficoltà maggiori consiste nell’epurare quel momento da tutte le interpretazioni successive, soprattutto sotto il profilo iconografico: spesso i dipinti mostrano Gesù e gli Apostoli seduti a una tavola imbandita, mentre, secondo la tradizione dell’epoca, erano probabilmente sdraiati” – sottolinea Urciuoli. Quanto agli alimenti offerti, l’archeologo non esclude che possano essere state servite pietanze già ridotte in piccole porzioni su vassoi, alcune zuppe, del pane azzimo e probabilmente del garum, una salsa di pesce e relative interiora che i Romani utilizzavano come condimento o per ammorbidire il pane tostato, ma diffusissima in tutte le province. Questa famosa salsa, tra l’altro, pare sia stata oggetto di una delle prime “delocalizzazioni” della storia: originariamente primato produttivo del territorio italico, ha subito poi un drastico calo a vantaggio della Spagna che, a un certo punto, venne riconosciuta come la provincia depositaria del miglior garum e conquistò tutto l’Impero.

Torta ziqqurat e altre stranezze….

Le informazioni su questi complessi movimenti, sui prodotti più in voga o sulla diffusione di particolari pietanze vengono acquisite dagli studiosi nei modi più eterogenei. La preparazione di quella che ricorda l’odierna torta nuziale a più piani, per esempio, è stata rintracciata in Mesopotamia grazie all’incrocio di vari elementi quali documenti amministrativi attestanti la fornitura degli ingredienti, la rappresentazione iconografica di una sontuosa torta multistrato e il ritrovamento dei relativi stampi, come quelli rinvenuti nel Palazzo di Mari, nell’attuale Siria: ed ecco servita la “torta ziqqurat” in onore della dea Ishtar. In altri casi, le informazioni possono giungere dall’analisi di pentolame contenente residui di cibo conservato grazie a particolari condizioni climatiche, come uno stufato di maiale in passato vegetale di epoca micenea, oppure attraverso i residui digestivi, come quelli presenti nello stomaco dell’Uomo di Tollund, una mummia del IV secolo a.C. ritrovata in Danimarca che, presumibilmente, come ultimo pasto, aveva gustato qualcosa di simile a una torta salata multicereali con erbe di stagione. Insomma, le fonti e gli spunti sui quali lavorare sono davvero curiosi e variegati: amore per la ricerca, attenzione per il dettaglio e contestualizzazione dei singoli elementi sono stati gli ingredienti essenziali anche nella ricostruzione dell’Ultima Cena e del suo menù straordinariamente simbolico.

Daniela Mambretti