PSICO-BENESSERE/Felici si diventa

Svuotare la mente, distaccarsi da consolidati comportamenti negativi, riuscire a rilassarsi qui e ora nonostante le sfide esistenziali, coltivare qualità umane fondamentali, quali altruismo, compassione e generosità. Questi i primi passi verso la felicità.

Non si tratta di quell’entusiasmo evanescente, identificabile con il piacere transitorio, ma di quello stato di benessere profondo e duraturo che rende capaci di gestire gli stati emozionali di gioia e di dolore, allo stesso modo, senza perdere lucidità e equilibrio. Sembra un obiettivo irraggiungibile, eppure Matthieu Ricard, ex-biologo dell’Istituto Pasteur, oggi monaco buddhista, fotografo e scrittore, ci è riuscito e testimonia il suo traguardo con contagiosa serenità. Secondo gli scienziati dell’Università del Wisconsin-Madison e del Mind and Life Institute è proprio lui l’uomo più felice del mondo. I colleghi scienziati ne hanno studiato il cervello e hanno constatato che trent’anni di pratica meditativa hanno “atrofizzato” le aree preposte alla depressione, mentre hanno sollecitato e sviluppato quelle dedicate al benessere. “La felicità non è solo uno stato di piacere, ma uno stato d’essere ottimale che perdura, malgrado gli alti e bassi dell’esistenza”- spiega Ricard nel documentario dvd L’uomo più felice del mondo – Come la meditazione cambia il cervello: le scoperte delle neuroscienze (Macro Video).

La strada verso il benessere profondo

Ma come riuscirci? In primo luogo, identificando e neutralizzando i principali nemici della felicità autentica che non sono le circostanze esterne sfavorevoli, ma le “tossine mentali”, quali ignoranza, desiderio ossessivo, malevolenza e odio che annullano la felicità. Basta “rinunciare” a ciò che nutre le tossine mentali, a vantaggio di ciò che genera benessere e che ha origine in sentimenti e comportamenti positivi, saggi, pazienti e altruistici, riconoscendoli e scegliendoli, attimo dopo attimo, nella propria quotidianità. “La meditazione sviluppa questa capacità. Praticarla non vuol dire solo stare seduti in silenzio, ma prendere dimestichezza con il processo di liberazione dalle tossine mentali” – sottolinea Ricard nel dvd. Si prova a riconoscerle nel momento in cui sorgono, a osservarle senza trattenerle, a lasciare che si dissolvano così come sono nate. Per farlo, non c’è bisogno di abbandonare tutto e trasferirsi sull’Himalaya. Ogni giorno, passo dopo passo, si può provare a scegliere il bene, liberi da egoismi e attaccamenti. Ogni giusta scelta sarà un piccolo mattoncino di felicità, un patrimonio interiore che niente e nessuno potrà mettere a rischio.

 Cristalli di gioia

Strada facendo, si può chiedere aiuto anche alle incredibili risorse generate dalla Madre Terra, come la pura energia trasparente sprigionata da cristalli, pietre e gemme. Le loro origini sono infinitamente lontane. Vicinissime e percepibili sono, invece, le vibrazioni ancestrali che emanano e che entrano in risonanza con quelle umane. Da questa connessione, nasce la benefica influenza che i minerali esercitano sugli uomini, a patto che i canali siano aperti e ogni resistenza vinta. Lentamente, i loro sottili fili energetici contattano l’aura umana, l’alone luminoso che avvolge ogni essere, nutrendo e attivando energie sopite e insondate, come spiega Katrina Raphaell nel libro La guarigione con i cristalli (Verdechiaro Edizioni). Onde vibranti che sollecitano benessere, gioia e buonumore, declinati nelle diverse sfumature emotive della vita quotidiana. La passione densa e vitale è incarnata, per esempio, dal rubino, scaldato da un rosso intenso, quasi fosse fuoco vivo. Questa gemma rende impulsivi e appassionati, proteggendo, però, dalle tendenze autodistruttive. Inoltre, regala efficienza e spontaneità, mentre svolge una benefica azione su milza, surrenali e circolazione sanguigna. Secondo Michael Gienger, autore di L’arte di curare con le pietre (Edizioni Crisalide), la corniola, invece, sollecita il piacere, dà impulso alla vita emotiva e attiva il coraggio con le sue vibrazioni arancioni. Consigliata da Hildegard von Blingen contro il mal di testa e per favorire il parto, è anche un ottimo veicolo per facilitare l’assimilazione delle vitamine, dei nutrienti e dei minerali nell’intestino tenue. Gioia di vivere e libertà di essere sé stessi dalle energie solari del quarzo citrino: pietra che rende anche estroversi e sicuri di sé, grazie alla vibrazione della luce gialla che la anima, ottimizza il sistema digestivo e la funzionalità di stomaco, milza e pancreas.

Daniela Mambretti

Immagini da: www.ramdass.org e adventuresofanempath.tumblr.com

PSICO-BENESSERE/ Suminagashi, inchiostro e emozioni fluttuano all’unisono

Un’antica forma di pittura giapponese libera sensazioni ed emozioni profonde prima nell’acqua, in un lento fluire di colore, poi su fogli di carta di riso, in armoniosi giochi di forme e sfumature, fino a disegnare un’intrigante mappa dell’anima. 

Sviluppatasi in Giappone poco dopo l’anno 1000, durante il periodo artisticamente ricco di Heian, il Suminagashi è una forma di pittura che prende origine dallo Shodo, la calligrafia a inchiostro considerata anch’essa una forma d’arte.  Muovendo, in una bacinella d’acqua, due pennelli rispettivamente intinti in inchiostro e in fiele di bue si ottengono disegni galleggianti dalle forme morbide e misteriose che evocano i moti dell’anima. “Abbandonandosi al gioco dei pennelli e della fantasia, l’inchiostro materializza le emozioni in segni grafici che testimoniano stati d’animo e particolari evoluzioni del mondo interiore” – spiega Luisa Canovi, titolare dello Studio Origami Do a Milano. Poi, si fissa quanto creato nell’acqua su fogli di carta di riso, prima appoggiati sulla bacinella per trasferire le immagini, poi adagiati su carta assorbente per l’asciugatura.

Antichi, preziosi strumenti

Per praticare il Suminagashi occorrono alcuni strumenti che derivano dalla tradizione calligrafa. In primo luogo, un recipiente basso contenente dell’acqua. Un bastoncino d’inchiostro – sumi –  sciolto su una pietra di ardesia bagnata per fluidificarlo, una ciotolina per il fiele di bue, il cosiddetto liquido di contrasto che permette la formazione delle onde di inchiostro, due pennelli morbidi e la carta di riso, che raccoglierà e conserverà le ‘formazioni’ acquatiche. Come in ogni arte giapponese, anche la preparazione degli strumenti di lavoro fa parte di un preciso rituale che contribuisce a creare pace interiore e consapevolezza dell’azione. Lo sfregamento, per esempio, del bastoncino di inchiostro sull’ardesia deve essere compiuto con gesti pazienti. Dopo aver intinto il pennello nell’inchiostro liquefatto, lo si appoggia sull’acqua e lo si solleva appena si forma sulla superficie una macchia di colore. Poi, si adagia il pennello intinto nel fiele sulla stessa macchia che si espanderà a cerchio. Alternando i due gesti, si ottengono morbide geometrie di onde e cerchi concentrici. É incredibile come le immagini, pur essendo essenzialmente astratte, richiamino alcuni elementi della natura come rocce, cieli tempestosi, venature del legno e sezioni marmoree. Si smette di creare quando si sente che il disegno è completo. “Per conservare le libere espressioni dell’inconscio, si poggia sull’acqua il foglio di carta sul quale si trasferisce, in pochi secondi, il disegno: proprio perché parte dalle mutevoli vibrazioni interiori, esso sarà ogni volta diverso e unico” – sottolinea Canovi.

La mappa delle emozioni

Come molte delle arti orientali, il Suminagashi diventa uno strumento utile alla meditazione, creando silenzio e pace interiore. In seguito alla diffusione dello Zen, alcune espressioni artistiche come Ikebana, la via dei fiori, Sado,  la cerimonia del tè, e Shodo, la via della scrittura, sono diventate un vero e proprio strumento di conoscenza. La ritualità dei gesti, l’attenzione posta al particolare, il libero fluire di pensieri ed emozioni sono vie che aiutano la pratica meditativa e, di conseguenza, l’esplorazione del proprio mondo interiore. “Il Suminagashi, offre un’ulteriore via di conoscenza” – spiega Anna Zanardi, psicologa specializzata in terapie espressive e artistiche. “Leggere da un apparente, casuale disegno delle informazioni sulla nostra situazione interiore, per esempio il rapporto con i nostri genitori, ci mette in contatto profondo con i nostri sentimenti e le nostre rappresentazioni interne di cui spesso non siamo consapevoli. Questo ci aiuta a prendere contatto con i nostri sentimenti profondi, ci emoziona e ci rilassa”.  La dinamica che sta alla base del Suminagashi, ossia il rapporto tra le energie individuali e la materia ‘acqua-colore’, ha anche un fondamento scientifico, come sottolinea ancora Zanardi. “Questa relazione viene spiegata dalla teoria dei campi morfogenetici di Rupert Sheldrake, fondatore della biologia molecolare e studioso conosciuto internazionalmente per le sue scoperte sui campi e sull’apprendimento.  Secondo Sheldrake, quando l’essere umano pensa o prova delle emozioni emette delle vibrazioni che compenetrano ciò che sta al di là della intenzione/azione individuale, si tratti di persone o cose. Nel Suminagashi, l’oggetto che accoglie e imprime l’impatto delle nostre vibrazioni è proprio l’acqua”. Attraverso la lettura di alcuni disegni, osservando la vicinanza di alcune linee, l’intensità dell’inchiostro o la connotazione di alcune forme, è possibile decodificare, per esempio,  il rapporto con i propri modelli genitoriali o con il proprio partner. Le libere armonie create costituiscono i primi spunti di riflessione per iniziare un percorso di conoscenza più profonda.

Per informazioni sui corsi in tutta Italia:

Origami Do Milano – www.origami-do.it

Inchiostro, fiele di bue e pennelli sono disponibili nei migliori colorifici.

Daniela Mambretti

Immagine da: www.origami-do.it

ARCHEOLOGIA/Hatshepsut e i tesori della Terra di Punt

L’identificazione della sua mummia è stata finalmente confermata nel 2007: gli esili resti ritrovati nella tomba di una semplice nutrice appartengono a Hatshepsut, la prima e unica regina-faraone, donna coraggiosa e volitiva capace di sconvolgere i rigidi protocolli di corte.

Durante il periodo del Nuovo Regno, XVIII Dinastia, Hatshepsut si autoproclamò faraone e legittimò il proprio ruolo facendosi ritrarre con la barba posticcia e con insegne regali. La memoria delle sue gesta è stata spesso minacciata nel corso dei secoli della damnatio memoriae, una sorta di condanna all’oblio, che l’ha colpita. Tuttavia, ancora oggi, è possibile riscoprire i piccoli, grandi segni che ne testimoniano le idee e le imprese innovative, attraverso un viaggio nel passato che parte da El Quseir. Antica fortezza ottomana strategicamente affacciata sul Mar Rosso, è il porto dal quale la regina-faraone promosse una delle più importanti spedizioni diplomatico-commerciali della storia.

Mirra e terebinto per onorare il divino

Straordinaria destinazione era la terra di Punt, presumibilmente situata sulla costa della Somalia. La città portuale, dopo l’invasione ottomana del 1517, divenne una fondamentale fortezza strategica e militare di controllo sul Mar Rosso, pur mantenendo, nel tempo, la sua originale vocazione commerciale: spezie dall’India, caffè dallo Yemen, seta dalla Cina. Si susseguirono, poi, diverse dominazioni e, nel frattempo, divenne anche scalo marittimo per i pellegrini in partenza per raggiungere La Mecca, ora sostituito da Safaga. Proprio da queste coste partì la spedizione che connotò l’indole diplomatica e aperta all’amicizia verso popoli stranieri di Hatshepsut, lei che aveva lottato duramente per sopravvivere tra gli insidiosi equilibri di corte e per impossessarsi del trono. Hatshepsut, era, infatti, figlia di Thutmosi I. Sposò il fratellastro Thutmosi II che, dopo essere salito al trono, morì prematuramente lasciando un giovane erede, Thutmosi III. Inizialmente, la regina agì come reggente del piccolo re, ma, successivamente, con abili strategie, ne usurpò il trono autoproclamandosi faraone. In seguito, il gesto ardito le sarebbe costato un ben misero trattamento verso alcuni monumenti a lei dedicati, come testimoniato a Luxor. Secondo la leggenda, il motivo ispiratore dell’avventurosa spedizione nella sconosciuta terra di Punt fu la dedizione della regina verso il dio Amon. Il viaggio avrebbe, infatti, garantito l’importazione di copiosi quantitativi del prezioso incenso destinato proprio al culto del dio, ma il generoso carico condotto in patria andò ben oltre la resina. Oro, ebano, pelli di leopardo, scimmie e ghepardi accompagnarono anche cesti ricolmi di mirra e terebinto riservati anch’essi al culto divino.  La spedizione ebbe successo e risonanza inaspettati: l’abbondanza e la ricchezza delle merci è provata dal ritrovamento di reperti archeologici, lungo la strada di Qift che si snoda dalla costa verso l’interno fino a Luxor, che testimoniano la presenza di preziosi abbandonati lungo il cammino, probabilmente per l’eccessivo onere. A Luxor, l’antica Tebe, città di splendore e mito, terminava il lungo viaggio dalla terra di Punt e cominciava la celebrazione della regina, destinata, però, a non durare.

La fine nelle furiose scalpellature

Tutte le raffigurazioni presenti nel maestoso tempio di Luxor dedicato a ricordare anche la gloria di Hatshepsut, sono state, purtroppo, rabbiosamente scalpellate per ordine di Thutmosi III, animato da una furiosa vendetta ancora percepibile nei segni impietosi. A Deir el-Bahari è, invece, ancora possibile ammirare le sue imprese attraverso i numerosi bassorilievi nell’imponente tempio funerario di Djeser Djeseru, eretto per mano di Senmut, favorito della regina e autore di numerose opere architettoniche. Un curioso, quasi grottesco, rilievo rievoca la famosa spedizione da lei promossa e rappresenta il re Paréthou e la regina Ati, descritta come particolarmente opulenta, nell’atto di accogliere la spedizione egiziana.

Daniela Mambretti

Immagine di apertura: Statua di Hatshepsut con gli attributi faraonici – Neues Museum  di Berlino

CULTURE&TRADIZIONI/Il misterioso linguaggio dei gioielli

Fin dall’antichità il gioiello ha rappresentato il linguaggio simbolico della tradizione, della cultura e della religione di ogni popolo. Oggi, continua a sedurre con le sue forme misteriose e la potenza delle pietre.

Sospeso tra oggetto di quotidianità e desiderio, il gioiello, relegato a simbolo di vanità e di ricchezza, ha quasi perso il suo ricco linguaggio, espressione di usanze, rituali e protezione. I moderni gioiellieri sono divisi tra forme arcaiche e ispirazioni contemporanee, ma l’antica simbologia anima e contraddistingue gioielli antichi e moderni. Il suo significato è tutto da scoprire.

Una storia antica

Ossi, sassi e denti di animali. Questa la materia prima a disposizione dei primi creatori di monili del periodo Pre-paleolitico, a testimonianza che il desiderio di ornarsi è sempre stato parte della vanità umana. Solo nell’Età del Bronzo fu scoperta la tecnica di lavorazione dei metalli e con essa nacquero i primi veri gioiellieri: all’oro, duttile e malleabile, gli indiani attribuirono, in seguito, notevoli qualità apotropaiche, mentre l’argento sarebbe stato riconosciuto dai Mussulmani come il metallo del Profeta e simbolo di purezza. Gli Etruschi furono maestri nella lavorazione a sbalzo, a filigrana e intarsio, mentre nelle tribù nomadi nacque una vera e propria categoria di artigiani, depositari complesse e segrete tecniche. Nel XVI secolo, gli orafi ebrei, in fuga dalla Spagna a causa dell’inquisizione, influenzarono notevolmente la gioielleria del Magreb e del Medio Oriente, diffondendo le tecniche di smaltatura cloisonné, la niellatura, o filettatura nera, e l’incastonatura delle pietre.

 Il linguaggio delle forme

Gli armoniosi movimenti metallici avvolgono i corpi, sprigionano energie e parlano della personalità di chi li indossa. “É importante entrare in contatto con il mondo emotivo di chi dovrà indossare il gioiello, perché ogni pezzo è testimone di moti d’animo e di promesse rinnovate” – spiega Mario Roca, titolare dell’officina orafa Roca Wood di Como. L’anello è simbolo di eternità, di legame che va oltre il tempo. Il famoso Trois anneaux creato da Cartier nel 1924 parla di una alleanza espressa dall’incrociata circolarità di tre fedi: oro bianco per l’amicizia, oro giallo per la fedeltà e oro rosso per testimoniare l’amore. In India, invece, le spose ricevono un anello – il nauratna – che porta incastonate a corona nove pietre che rappresentano il sistema planetario: Saturno, per esempio, è rappresentato dallo Zaffiro, Marte dal corallo e Mercurio dallo smeraldo. Ciascuna pietra veicola l’energia universale del pianeta corrispondente dalla mano al cuore della sposa, attraverso sottili canali energetici. Anche il bracciale, nella sua forma di continuità circolare, parla di unione e di protezione, mentre gli orecchini, che hanno sempre contraddistinto lo status di chi li indossava, sono posti a custodia dell’orecchio, depositario della tradizione orale, del sapere e della conoscenza. Inoltre, il padiglione auricolare in sé, con la sua struttura sottile e complessa, ricorda una spirale, simbolo di eternità e di energie nascenti che devono essere presidiate.

Le pietre, veicoli di energie occulte

Le pietre a disposizione degli orafi si credeva conferissero ai gioielli eccezionali qualità energetiche, apotropaiche e profilattiche. “Ogni pietra, con la sua preziosità e la sua forma, suggerisce istintivamente al creatore di un gioiello la giusta collocazione e montatura”-  sottolinea Roca.  E ogni pietra si riteneva emanasse una particolare energia.  Il tanto agognato diamante –  dal Greco adamas, l’indomabile per la sua durezza – nella tradizione orientale simboleggiava l’anima, ma, soprattutto, la sua capacità di conferire “il risveglio”. L’ambra gialla rappresenta la luce solare e per i Romani conferiva coraggio, mentre evocava il colore del sangue e la forza vitale il corallo: fino agli inizi del ‘900, nell’Italia Meridionale, veniva montato sugli orecchini delle balie per fortificarne il latte. La turchese rappresenta il cielo nello splendore diurno, contrariamente al lapislazzuli che rappresenta il cielo notturno e stellato. Pietra di grande carica energetica, la turchese è largamente utilizzata nei gioielli tibetani, soprattutto negli splendidi gahu, reliquiari contenenti sostanze sacre o mantra, portati come ornamenti dalle donne aristocratiche tibetane. Inoltre, veniva utilizzata per ornare il tipico mono-orecchino portato all’orecchio sinistro dai dignitari di Lhasa, quale immediato segno di distinzione.

Daniela Mambretti

Immagine di apertura: Interior of a Harem in Montmartre di Pierre-Auguste Renoir

 

PSICO-BENESSERE/In viaggio alla scoperta del talento

Un taccuino, penne, pastelli o acquerelli, qualche fotografia strappata a un momento emozionante, la passione e la voglia di raccogliere “preziosi” reperti come biglietti d’ingresso di musei o monumenti, scontrini, timbri, vecchi francobolli. Questi i semplici strumenti per creare un carnet de voyage, memoria e testimonianza tangibile di un viaggio speciale e indimenticabile.

Carnet di viaggio, una passione

Non sono necessarie, invece, particolari doti artistiche perché la forza non sta nella precisione del gesto o della pennellata, bensì nella capacità di fermare, con l’aiuto di colori e tratti veloci, l’intensità di un’emozione che ciascuno può esprimere con i propri mezzi, senza remore o inibizioni.

Maya Di Giulio, artista comasca, instancabile viaggiatrice e autrice delle immagini del carnet di viaggio “Hong Kong, passaggio a sorpresa nel Porto dei Profumi” (Fbe Edizioni), ha una vera passione per questo genere editoriale emergente in Italia, ma molto diffuso in Francia e irrinunciabile strumento per i grandi viaggiatori del passato. “Il carnet di viaggio diventa l’espressione della sensibilità e dell’intimità unica e inimitabile che ciascuno di noi possiede per raccontare le sensazioni e i momenti vissuti durante un viaggio” – spiega l’artista. Un fiore secco, un pezzo di stoffa raccolto su una spiaggia, un francobollo celebrativo trovato su una vecchia busta o una scaglietta del generoso albero dell’incenso raccolto in Oman non sono solo la testimonianza di un momento irripetibile di incontro. Se affiancati da un breve testo, rigorosamente scritto mano, diventano un pretesto per conoscere e approfondire usi, costumi e tradizioni del popolo e dei luoghi visitati. Ogni singolo oggetto apre una vera e propria finestra su un mondo prima sconosciuto e narrato con modalità e forme personali uniche. Maya ha insegnato per molti anni disegno per tessuti in una scuola d’arte di Como e questa passione si rinnova, oggi, nel trasmettere i segreti del carnet di viaggio anche a chi non ha particolari doti artistiche o dimestichezza con gli strumenti per disegnare. Per questa ragione, non si limita a preparare nuove edizioni di carnet dedicate, per esempio, alla splendida città di Marrakech o al nostro incantevole lago, ma organizza, per la prima volta in Italia, anche corsi “in loco”.

Carnettisti si diventa

“Data la mia esperienza di coordinatrice di viaggi avventura per una nota agenzia italiana, ho pensato di organizzare i corsi proprio nei luoghi da ricordare e raccontare, come, per esempio, Marrakech nei mesi di Marzo e Ottobre, periodi particolarmente indicati per visitare questa affascinante città con la dovuta lentezza” – sottolinea Di Giulio. Durante il soggiorno che, nel caso del Marocco, ha luogo in un tipico riad per immergersi nei colori, nei sapori e nei profumi tipici arabi, gli aspiranti carnettisti apprendono le tecniche base per riprendere scorci o particolari del paesaggio e imparano come cercare e raccogliere piccoli ricordi da utilizzare per arricchire e rendere davvero speciale il carnet. Hanno, poi, modo di mettere in pratica quanto appreso, visitando, con tanto di strumenti e sgabellino, i luoghi più segreti della città per fissarli sui taccuini di viaggio o sketch-book. “É bello constatare come cambi il modo di osservare i luoghi e chi li abita. Tutto diviene un piccolo tesoro da conservare e da aggiungere al carnet, che si arricchisce, momento dopo momento, di un frammento vissuto e assaporato” – spiega l’artista.

Viaggiare e conoscere con occhi nuovi

Questa capacità non si esaurisce nel viaggio. Resta in chi ha imparato e praticato questo nuovo modo di avvicinarsi a mondi prima ignoti e diventa un vero e proprio patrimonio personale. Soprattutto, diviene uno strumento per scoprire qualità, sensibilità o aspetti della propria personalità mai sondati prima e non è necessario coprire grandi distanze per provare a cimentarsi nella creazione di questo speciale diario. Un borgo dimenticato a pochi chilometri da casa, le rive di un lago incantato o  la costiera selvaggia della propria regione sono sufficienti per iniziare il racconto …

Daniela Mambretti

Immagine di apertura di Maya Di Giulio

PSICO-BENESSERE/… E LA GIOIA VIEN DANZANDO…

Libera da sentimenti bloccati e da emozioni represse, ma anche da forti traumi come lutti, eventi violenti e malattie. É la danza meditativa, una magica sinergia tra ritmo, musica, movimento e presenza mentale.

La sua origine è antichissima, ma ancora oggi si rivela un piacevole quanto utile percorso di guarigione del corpo e dell’anima.  É la danza meditativa e le energie che muove attraversano tutto l’essere, nell’unione di corpo-spirito-anima, delicata combinazione e primo oggetto di disarmonia, preludio di malattia. L’essere viene liberato e riequilibrato, affinché chi danza possa ritrovare la propria consapevolezza, la propria autostima, in una parola, la propria ‘centratura’. Chi ha subito una grave perdita o ha dovuto affrontare una malattia, spesso, non riesce più a ritrovare il senso della propria esistenza nella nuova dimensione nella quale è costretto a vivere. La danza meditativa, praticata in cerchio, quindi sempre con il supporto di un gruppo, riesce a infondere nuove motivazioni e insperata fiducia a chi si sente solo e perso. “I passi sono semplici, le coreografie minimali, proprio perché chi partecipa deve avere la possibilità di concentrarsi sul proprio sentire, mentre i passi si intrecciano armoniosamente, seguendo la musica. Ascoltando e condividendo il ritmo con il cerchio danzante, le emozioni riaffiorano, si liberano e liberano chi ne è sopraffatto, svelando una nuova via di consapevolezza e di guarigione” – spiega Joyce Dijkstra, insegnante di danza meditativa e autrice del libro Nella danza sei tu  (Il segno dei Gabrielli Editori).

Suoni e movimenti ancestrali

La danza, nell’antica Grecia, rappresentava la poliedricità dell’esperienza umana. La dimensione quotidiana e quella divina si incontravano in movimenti condivisi e ritmati. Miti, costumi e credenze si ritrovavano nella danza Kore, dedicata all’eterno fluire delle quattro stagioni. Importante è anche la testimonianza lasciata dalle danze dell’antico Egitto, da quelle che hanno caratterizzato il Cristianesimo e dalla corrente mistica ebraica detta chassidismo. Colui che ha raccolto questa importante eredità e che ha posto le basi per l’evoluzione e la divulgazione della danza meditativa è Bernhard Wosien, prussiano nato agli inizi del ‘900: il suo intento era quello di recuperare il valore profondo della danza, quale canale di collegamento energetico portatore di gioia, guarigione e unità.

Fin dalle origini, un grande valore è stato attribuito al simbolo, rievocato dalle figure e dai movimenti espressi nell’azione. In particolare, il fulcro della danza meditativa è il cerchio, figura che rappresenta l’unità, l’ambiente sicuro e protetto, confortevolmente favorevole al processo terapeutico.

Un’armoniosa esperienza per l’essere

La danza, nella dimensione psico-corporea, rappresenta un’opportunità concreta di riavvicinamento al proprio sé. Infatti, al centro della danza meditativa vi è il rapporto con il movimento sperimentato sul proprio corpo, al quale si aggiunge uno speciale canale comunicativo con gli altri danzatori. “La danza in cerchio costituisce l’origine della tradizione e testimonia l’importanza di questo simbolo, della simultanea condivisione del movimento e del sentimento, anche se sono parecchi gli elementi che concorrono contestualmente al processo di guarigione” – sottolinea Joyce Dijkstra. Primo fra tutti il ritmo, che crea un fenomeno di risonanza con i ‘battiti’ corporei quali, ad esempio, quello del polso, della respirazione, delle onde cerebrali e ormonali. Un secondo elemento è dato dal contatto fisico non aggressivo con gli altri componenti del cerchio, che si scioglie nell’espressione di un linguaggio verbale e non. Inoltre, l’unione tra musica, movimento e condivisione facilita il contatto con un livello emotivo profondo, in grado di favorire l’esternazione di sentimenti bloccati, come rabbia, tristezza, paura o desolazione fortemente radicati nell’essere e causa di disagio. Ogni esperienza negativa necessita di essere avvicinata con un particolare tipo di musica e danza. Per questa ragione, è importante conoscere la motivazione che porta ogni componente del gruppo a provare e a praticare la danza. Ogni grave esperienza personale necessita del giusto canale per potersi esprimere e liberare. Della giusta musica, del giusto canto, del giusto ritmo. “Quando lavoro con i pazienti oncologici dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, scelgo composizioni in grado di aiutare l’accettazione della malattia e la consapevolezza di nuove energie da ascoltare e da utilizzare. Quando, invece, presso i centri di prima accoglienza, incontro vittime femminili della tratta, l’esigenza è quella di liberare la rabbia e il dolore dell’allontanamento da casa e della sopraffazione. Quando, in Brasile, incontro donne che vivono ancora oggi l’esperienza della menopausa come una malattia, le unisco nella danza con melodie che le aiutino a vivere quel momento come una nuova fase della femminilità e non come uno stato di malessere e di perdita” – spiega l’esperta.

Danzare i fiori di Bach

Il particolare quanto istintivo legame tra danze meditative e fiori di Bach si deve ad Anastasia Geng. Ogni collegamento tra i 38 fiori e le danze popolari dei Paesi Baltici è avvenuto attraverso singolari coincidenze come il sogno di un fiore dopo che aveva danzato una particolare musica o il dono di un altro mentre era intenta nello studio di una nuova coreografia. A ogni fiore è collegata una danza che, come i fiori di Bach, agisce sulle energie sottili e risolve traumi e paure. Il potere curativo delle singole danze è stato sperimentato negli anni ed ogni fiore ispira passi e sequenze che ripercorrono le forme di antichi simboli come il cerchio, la spirale, la stella e l’otto che rappresenta l’infinito. Ogni danza, come ogni fiore, libera. Crab Apple è la luce a cui rivolgersi per allontanare dalle avvolgenti tenebre, Agrimony, danza e fiore dell’onestà, è sostegno nell’accettazione delle diverse espressioni dell’emotività individuale, Gorse, invece, aiuta a accettare le sofferenze come parte integrante della vita. La danza meditativa si rivela, dunque, un importante supporto nell’affrontare il superamento di piccoli, grandi traumi. I passi sono semplici, importante è la volontà di mettere in gioco e condividere con il gruppo emotività e energie da scoprire e seguire per il personale percorso interiore che resta, comunque, un impegno individuale. La liberazione dalla sofferenza avviene letteralmente passo dopo passo. La stretta delle mani dei compagni di danza incoraggia quando viene il momento di ‘cacciare via’, con una sorta di calcio appena accennato, il sentimento di rabbia, accompagna nel ricordo del passato quando si arretra dolcemente, allargando il cerchio, sostiene quando, in punta di piedi, ci si spinge verso orizzonti più lontani, protendendo il capo in avanti. Lentamente, le struggenti e vibranti melodie greche celebrano il distacco dal dolore e dalla frustrazione. Per approfondire: www.danzemeditative.com

Immagine di apertura:  www.studioviadellorto.com

Daniela Mambretti